Alla ripresa dell’attività produttiva e in vista delle prossime scelte politiche dell’Esecutivo Meloni, la Cisl Monza Brianza Lecco, per voce del suo Segretario Generale Mirco Scaccabarozzi, fissa l’attenzione sulle dinamiche territoriali del Mercato del lavoro e rilancia le sue proposte su temi centrali quali partecipazione, lavoro povero, salario minimo, politiche attive del lavoro, riforma previdenziale, sanità territoriale e formazione.

L’ANDAMENTO DEL MERCATO DEL LAVORO SUL TERRITORIO

Il mercato del lavoro in Brianza
Sulla scorta dei dati Anpal, sul territorio brianzolo le entrate previste nel periodo agosto-ottobre veleggiano attorno alle 19.080 unità di personale, con un saldo attivo di 660 unità rispetto al medesimo trimestre dell’anno precedente. Si stima al 71% il personale impiegato nel settore dei servizi (in partic. Commercio 2760; Servizi di alloggio e ristorazione; servizi turistici 2060; Servizi alle imprese 1850; Servizi alle persone 4220; Servizi di trasporto, logistica e magazzinaggio 1780) e quasi il 30% quello impiegato nell’industria. Le entrate previste si concentreranno per oltre il 50% nelle imprese con meno di 50 dipendenti e per una quota attorno al 30% le imprese prevedono di assumere personale immigrato. Nondimeno il dato più eclatante che le statistiche del Sistema Informativo Excelsior mettono in luce è la percentuale sempre più elevata di candidati che risultano difficili da reperire. In oltre 50 casi su 100 le imprese prevedono di avere difficoltà a trovare i profili desiderati. In aumento le opportunità lavorative per i candidati di genere femminile.

Il mercato del lavoro lecchese
Per quanto riguarda il territorio lecchese, i dati Anpal prevedono nel periodo agosto-ottobre di quest’anno 6.970 nuove entrate, 140 unità in più rispetto al dato dell’anno precedente in prevalenza nel settore dei servizi (circa il 54% di cui 790 nel Commercio, 810 nei Servizi di alloggio, ristorazione e servizi turistici, 760 nei servizi alle imprese; 1620 nei Servizi alle persone. Il restante 43% verrà impiegato nell’industria (in partic. Industria manifatturiera e Public utilities 2.990; Costruzioni 489). Anche qui le entrate previste si concentreranno prevalentemente nelle imprese con meno di 50 dipendenti (60%). Il 30% le imprese prevedono di assumere personale immigrato. Permane anche in territorio lecchese la difficoltà da parte delle imprese nel reperire le figure professionali necessarie (in circa 60 casi su 100) e l’incremento del personale femminile.

Su entrambe le province i dati mostrano che il forte aumento dei saldi registrato nel 2023 (ma anche quello del 2022) non è solo il frutto della richiesta, da parte del sistema produttivo, di nuova forza lavoro (gli avviamenti del primo trimestre del 2023 sono, infatti, molto simili a quelli dell’anno precedente), ma è anche il risultato di un processo diffuso di stabilizzazione del lavoro, che sta caratterizzando il territorio.
Nondimeno permane tutta la nostra preoccupazione sul fronte occupazionale, con quasi il 70% delle entrate che saranno a termine, a tempo determinato o con altri contratti con durata predefinita. Quanto a contratti e livello di istruzione, il 2° trimestre 2023 evidenzia rispetto al precedente due aspetti connessi (e legati alla stagionalità): l’aumento del peso dei contratti a tempo determinato e la quota degli avviamenti con contratto di somministrazione nonché gli ingressi per cui il possesso di un titolo di studio superiore all’obbligo non è ritenuto necessario. Tutti elementi di ulteriore preoccupazione per la Cisl poiché unitamente alla ridotta qualità dell’occupazione, lo squilibrio fra domanda delle imprese e offerta di lavoro, presente da tempo nel monzese, è andato crescendo nell’ultimo triennio; gli aspetti quantitativi (una offerta di neo-diplomati inferiore alle richieste delle imprese) si sono sommati a quelli qualitativi (competenze non sempre adeguate alla necessità delle imprese stesse).

LA SITUAZIONE POLITICO-SINDACALE

La proposta di legge della CISL per la partecipazione dei lavoratori
Sotto il profilo politico sindacale, crediamo si possa sostenere senza tronfia retorica che con la proposta di legge di iniziativa popolare “Partecipazione al lavoro”, la Cisl abbia assunto coraggiosamente una prospettiva di futuro partendo dalla lettura di una realtà che vede la crescita delle disuguaglianze e la perdurante sperequazione tra capitale e lavoro, con quest’ultimo che ha perso, negli ultimi 15 anni, il 9% dell’incidenza sul Pil negli USA e nella UE, del 10% in Asia e del 13% in America latina.
Muovendo da una concezione integralmente personalista ove “al rispetto delle esigenze della persona debbono ordinarsi società e Stato”, e constatando che “le condizioni attuali del sistema economico non permettono la realizzazione” dello sviluppo della personalità umana “attraverso la giusta soddisfazione dei suoi bisogni materiali, intellettuali e morali, nell’ordine individuale, familiare e sociale”, la Cisl già nel 1950 reputava “necessaria la loro trasformazione, in modo da assicurare un migliore impiego delle forze produttrici e una ripartizione più equa dei frutti della produzione tra i diversi elementi che vi concorrono”, anche attraverso “la partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’unità produttiva e la loro immissione nella proprietà dei mezzi di produzione” (Statuto confederale Cisl). Ciò peraltro in attuazione del dettato costituzionale, che all’articolo 46 modula: “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.”

IL PNRR ESSENZIALE PER LA RIPRESA E LO SVILUPPO DEL PAESE
Sul piano nazionale la trasformazione non può che passare attraverso l’ottimizzazione delle opportunità offerte dal Next Generation EU, declinate nel PNRR, che, dopo il calo nell’ultimo decennio della ricchezza del Paese del 5.3% , deve, nonostante il pesante fardello dell’alto debito pubblico, aprire e consolidare una nuova fase di sviluppo, frenando il rilevante calo demografico, emancipando il Paese dalla ventennale condizione di bassa produttività, colmando i divari tra le diverse aree territoriali, offrendo nuovi spazi nel mondo del lavoro a donne e giovani, rafforzando a un tempo proprio sistema di welfare pubblico. Pertanto, se in considerazione dell’attuale situazione economico-finanziaria del Paese condizionata anche dagli esiti incerti del conflitto russo-ucraino, la Cisl ritiene condivisibile intervenire su alcuni aspetti del PNRR in relazione – ad esempio – alla revisione dei costi per la realizzazione delle opere previste o all’aumento del costo dell’energia e delle materie prime, al contempo conferma pienamente la validità dell’impianto, delle riforme e degli interventi previsti nelle 6 Missioni e nelle 3 Azioni Trasversali del Piano, di assoluto rilievo per la ripresa e lo sviluppo nel nostro Paese.

IL FISCO
In merito al fisco la Cisl continua ad esprimere la sua radicale contrarietà alla flat tax, che profila un fisco penalizzante per i ceti deboli e nega alla radice i principi di equità e progressività. Senza una seria riforma fiscale, verrebbe vanificata la realizzabilità dei contenuti della nostra piattaforma sociale. Pur giudicando positivamente il regime di tassazione agevolata per 13° straordinari e premi di produttività, obiettivi da noi perseguiti, ribadiamo il nostro no all’indicazione contenuta nella Legge Delega del Governo per la riforma fiscale, che si orienta verso un’unica aliquota Irpef, elemento di assoluta criticità per il mondo da noi rappresentato, per il quale è necessario garantire sì un processo di semplificazione delle aliquote ma con la garanzia della progressività. Sollecitiamo inoltre, una presenza ai tavoli tecnici che dovranno definire i decreti attuativi.
Reputiamo altresì necessario rilanciare le politiche attive unitamente alle reti di protezione chiamate a migliorare i meccanismi rivolti agli occupabili che non hanno funzionato nel Reddito di Cittadinanza.

LA PREVIDENZA
In merito alla previdenza, inaccettabile è l’uscita di Giorgetti al Meeting di Rimini. Se condivisibile il richiamo alla necessità di sostenere, con la prossima manovra, la crescita economica, i redditi dei lavoratori e pensionati, delle famiglie alle prese con il carovita ed un’inflazione che erode il potere di acquisto di salari e pensioni, cresce la nostra preoccupazione quando il ministro si sofferma sul blocco delle regole pensionistiche alla luce della crisi demografica italiana. E ciò per più motivi. Anzitutto di metodo: nel merito è aperto un tavolo specifico al Ministero del Lavoro con le parti sociali, dove si cerca di configurare possibili e necessari cambiamenti per un’evoluzione della previdenza italiana nel solco dell’inclusione, della flessibilità, nonché di una maggiore sostenibilità sociale. In secondo luogo, respingiamo l’impostazione ragionieristica che continua ad associare le pensioni ad un privilegio, non a un diritto maturato nel lavoro e – soprattutto – al principale driver di coesione e continuità intergenerazionale. La corrente denatalità frappone per certo ostacoli a ogni progetto di sviluppo del Paese. Nondimeno occorre essere massimamente chiari. La sostenibilità sociale non è il punto di arrivo ma quello di partenza di una inversione di tendenza della crisi demografica. Ed è precondizione anche per una nuova sostenibilità economica e finanziaria delle riforme. Le famiglie non cresceranno mai obbligando i giovani a lavorare fino ed oltre i 70 anni, spesso con contratti di lavoro saltuari, flessibili, atipici, che uniti al sistema contributivo comporteranno pensioni da fame. Occorrono investimenti pubblici e privati per alzare i tassi di occupazione giovanile e femminile, orientare gli interventi alla qualità e stabilità del lavoro, introducendo una pensione di garanzia per i giovani falcidiati dal contributivo puro, in modo tale che nessuno possa restare sotto una soglia minima di decenza. Bisogna dare maggiore flessibilità in uscita, mettere in campo una più forte tutela previdenziale per le donne, per chi svolge lavoro di cura, per i lavoratori impegnati in attività gravose e usuranti. C’è da rafforzare la previdenza complementare e da rilanciare il potere d’acquisto delle pensioni in essere. Sono questi i termini su cui la Cisl sta impostando la trattativa con il Governo. E su questi elementi valuterà in Manovra i risultati del negoziato.

LA SANITA’
Per la sanità si rimettano in campo le risorse del Mes sanitario, 37 miliardi, per riqualificare il sistema-salute sui territori. Intanto continua il nostro confronto con ATS, Asst e Comuni, per avere un quadro completo dell’attività di implementazione della legge regionale 22/2021 inerente al sistema sanitario e socio-sanitario. Nonostante qualche timido avanzamento quanto alle Case di comunità di Olgiate Molgora, Giussano e Vimercate, alla prova dei fatti permane il nostro giudizio critico, in ragione del permanere di troppe ambiguità e dubbi su come dovrebbero essere riorganizzati la prevenzione, la medicina territoriale, l’assistenza sociosanitaria, il rapporto pubblico e privato. Non possiamo nemmeno sottacere la problematica mancanza nel territorio dell’ATS Brianza dei medici di medicina generale e del personale sanitario, e l’incognita IRCCS legata al nosocomio di Monza.

I SALARI
La relazione comunicata dal Governatore della Banca d’Italia, Visco, lo scorso maggio non ha mancato di mettere in chiaro la questione salari, ulteriormente aggravata dall’inflazione che, come da tempo sottolineato dalla Cisl, invoca la costruzione comune di una nuova ed efficace politica dei redditi fondata sulla centralità delle relazioni sociali e industriali. Si impone cioè un accordo triangolare tra Governo, Sindacato e Imprese per agire, senza demagogia, su leve concrete che attraversano il fisco, la contrattazione, il rinnovo di tutti i contratti pubblici e privati, l’incremento e la redistribuzione della produttività, il contrasto alla speculazione, la calmierazione di prezzi e tariffe. A tal proposito, la Cisl reputa ineludibile una norma atta a garantire l’erga omnes ai trattamenti economici complessivi dei contratti nazionali maggiormente applicati, settore per settore, secondo i dati già in possesso dell’Inps. Per essere più chiari: guardare ai numeri vuol dire rendersi conto che tra i 930 contratti depositati al CNEL, solo 433 sono effettivamente applicati ad almeno una persona. Tra questi, i 161 siglati da Cisl, Cgil e Uil coprono secondo dati Uniemens oltre il 92% del lavoro regolare, al netto di quello agricolo e domestico. Dunque non esiste un fenomeno “di massa” riconducibile ai contratti pirata. Infinitamente più preoccupante è il lavoro nero o sommerso, per i quali chiediamo una stretta penale. Solo estendendo i contenuti dei CCNL leader, come peraltro indica per il nostro Paese la Commissione Europea, possiamo garantire retribuzioni adeguate, assicurando il giusto dinamismo alle dinamiche salariali, scongiurando il rischio di uno schiacciamento verso il basso delle retribuzioni medie, come accadrebbe se il quantum fosse imposto dalla Gazzetta ufficiale. L’auspicio è che, anche grazie al nuovo Osservatorio anti–inflazione annunciato dalla presidente Meloni, si creino subito le condizioni per arrivare a questo importante obiettivo.

Le questioni aperte sono molteplici, ma vanno a nostro avviso affrontate in maniera coordinata, rafforzando gli affidamenti sociali e in vista di un’efficacia autentica, per la Cisl il progetto di sviluppo deve possedere un carattere partecipato.

Mirco Scaccabarozzi
Segretario Generale CISL Monza Brianza Lecco

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