• 3 March 2024
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REFERENDUM M5S SULLE CASE DI COMUNITÀ: BOCCIATE DAI MEDICI
Da un sondaggio proposto dal M5S, sugli effetti della riforma Moratti e in particolare sulle nuove case di comunità, risulta che un medico su due è contrario. A commentare i risultati sul Corriere della Sera è il nostro portavoce e segretario della commissione Sanità Gregorio Mammì, promotore del sondaggio.
Un sondaggio tra 1.835 medici di base e pediatri di libera scelta del Milanese sugli effetti della Riforma Moratti e in particolare sulle case di comunità: a rispondere alle cinque domande inoltrate via mail dal M5s, sono stati in 1.693. 

Di questi, la metà si è detto contrario all’istituzione delle case di comunità, degli ospedali di comunità e delle centrali operative territoriali che sono l’ossatura della riforma sanitaria anche se il 78% riconosce che «la maggior parte delle nuove strutture sanitarie sono partite». Ma «manca ancora il coinvolgimento dei protagonisti della sanità territoriale. 
Mancano infatti sia informazioni precise sul progetto stesso dei nuovi presidi territoriali e soprattutto su quale sarà il ruolo dei medici di famiglia dentro e fuori di essi». 
Un medico su tre, poi, ritiene che «l’impatto di queste realtà sul proprio lavoro sia negativo» e il 56% di loro confessa che «non è disponibile a trasferire il suo lavoro all’interno di queste strutture» (altro punto centrale della riforma). 

In più, segnala il M5S, «tra gli incerti le risposte oscillano da “dipende” e “lavoro e opero in una struttura che è fondamentalmente una Cdc (Pre SST), dove però nessuno ha investito e la gestione Ats è sempre stata assente se non ostativa». 
Infine, il 39% dei medici ritiene che diventare un «dipendente» della Regione (attraverso un contratto con il sistema sanitario regionale) favorirebbe la sua professione. 
Per il consigliere regionale Gregorio Mammì: ”dal sondaggio emerge un dato importante, ovvero che ancora oggi molti professionisti della sanità territoriale non sanno né quale struttura prevista dal Pnrr verrà costruita sul loro territorio, né tantomeno quale sarà il proprio ruolo. 
Ora, si può comprendere che di fronte alle evidenti carenze organizzative dell’amministrazione Fontana si voglia mantenere un certo riserbo, ma non si capisce come si possa parlare di rilancio e riforma della sanità territoriale senza un deciso coinvolgimento di chi rappresenta la prima linea proprio di quella stessa sanità territoriale.”

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