• 15 April 2024
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La lettera di Ilaria Cucchi oggi su La Stampa riguardo la vicenda del carcere minorile Beccaria di Milano, il comportamento degli esponenti del governo e la condizione materiale delle carceri nel nostro Paese. 
«Io sono buonista e ne vado fiera. 
Si, se esserlo significa ribellarsi al cinismo tracotante, io sono buonista. Se vuol dire ribellarsi alla disumana indifferenza di fronte al disagio ed alla sofferenza di coloro che sono costretti a lavorare o, peggio, a vivere in condizioni disumane, io sono buonista.

E di fronte a quella orrenda ed incivile comunicazione di coloro che risolvono tutto reclamando “sicurezza” senza nemmeno sapere di che cosa stanno parlando, usando quella parola a sproposito e col solo intento di compiacere negli anni chi è stato indotto a percepirne la necessità impellente anche quando non ve ne fosse alcun bisogno reale, io mi ribello ed urlo: «IO SONO BUONISTA!». 
“Sicurezza” è oramai per me diventata una parola sinistra. 
Essa sì, mi fa paura.
Ho ascoltato con ansia i telegiornali che davano con enfasi la cronaca della rocambolesca evasione di sette detenuti da un penitenziario milanese il cui nome mi era inizialmente sfuggito. Solo alla fine mi sono resa conto che si trattava del Beccaria, un istituto minorile. Che quei sette pericolosi evasi erano in realtà dei ragazzi minorenni detenuti per reati comuni quali furto, spaccio ecc ecc. Fino a quel momento mi son sentita quasi in pericolo ma, poi, ridicola. Mi sono vergognata di me stessa. Ho provato tanta rabbia. 
Ancor di più quando ho sentito un Ministro commentare l’episodio con queste parole pronunciate con enfasi e con la bocca piegata all’ingiù quasi a sottolineare un po’ il disgusto che provava verso quegli evasi ed un po’ a miglior enfasi della forza violenta del concetto che intendeva esprimere: «Le carceri vanno tutte messe in sicurezza».
Suonavano, più o meno, così. Che significano? Nulla o tutto. 

Quel Ministro non sa proprio di cosa sta parlando. 
La delinquenza minorile (che termine orribile!) ha, al 30 novembre 2022, questi numeri: 399 sono i ragazzi detenuti negli istituti penitenziari minorili, 20 nelle comunità ministeriali, e 914 presso le comunità private. Oltre 14 mila, inoltre, sono i giovani minori presi in carico dai servizi sociali della giustizia minorile. 
Per lo più tra i 14 e 17 anni. 
Io vorrei tanto chiedere a quel Ministro: ma è possibile che Lei non riesca a condividere con tutti noi cittadini e, soprattutto, con genitori ed operatori che a vario titolo sono costretti ad occuparsi di questi ragazzi senza mezzi ed in condizioni terribilmente precarie, il profondo senso di sconfitta ed abbandono che proviamo per quelle giovani vite che rischiano ogni giorno di essere sprecate?
È possibile che non si renda conto che sono cresciuti nella solitudine del disagio sociale e della povertà?
Cosa significa metterli in sicurezza? Chiuderli a vita in una gabbia o, meglio, gettarli dalla rupe Tarpea perchè nati difettosi? Significa forse questo? 
Non avremmo forse tutti, Stato in primis, il sacrosanto dovere di misurarci con le loro problematiche, di fornire loro tutta la migliore assistenza affinché se ne possa recuperare la nobile essenza delle loro vite a vantaggio di una società migliore?
Sono 20 anni che, invece, questo Paese fa cassa riducendo coerentemente le risorse economiche destinate ad affrontare questi problemi con la conseguenza di ridurre al lumicino la presenza di risorse umane che operano nel settore, ed il rinvio sine die dei lavori di manutenzione dei fabbricati dei 17 istituti penitenziari per minori e delle tre (sic!) strutture di comunità ministeriali e così via.

Questo per Lei significa “mettere in sicurezza”?
Dopo la pandemia, lo saprà certamente, la conflittualità con la legge dei ragazzi è aumentata a dismisura anche per gravità dei fatti commessi.
Sono stati pubblicati studi molto interessanti (cito e ringrazio la CGIL Funzione Pubblica) sul problema del disagio minorile e della violenza che sempre più viene utilizzata come mezzo per comunicare la propria identità e il proprio diritto di esistere.
Sono concetti molto complessi. Troppo. Non vengono capiti e, comunque, non portano consenso. 
Vite da considerare, pertanto, perdute.

Rifiuti da discarica cosi come discariche sono oramai concepite le nostre carceri. Nulla da eccepire riguardo alla coerenza ecologica della politica di questo Paese. 
Ho trascorso il Natale e Santo Stefano (giornata molto speciale per noi) da mio padre insieme al suo badante (altra brutta parola) ed al mio compagno. Lo sguardo ammirato e commosso di Fabio verso papà diceva tutto. La terribile sofferenza di una spietata malattia degenerativa unita al dolore immenso per le perdite subita dalla sua famiglia non gli ha tolto dignità ed umanità profonde. L’amore sconfinato per il figlio perduto era evidente nel suo volto mentre si faceva sfogliare da Fabio gli album con le foto della sua storia di vita. Umanità vera.

Così ho deciso di fare, il giorno dopo, una visita a sorpresa ad un istituto penitenziario minorile romano. Volevo vedere quei ragazzi. Ho incontrato il personale, nettamente insufficiente, di una struttura dove sono detenuti anche maggiorenni e disabili psichiatrici minorenni. Attendevano ospiti di altre strutture piene od in ristrutturazione. 
Lavori in corso ma ambienti ben tenuti. Una parola mi è venuta in mente osservando quegli operatori: resilienza.
Nobile ma inaccettabile concetto se visto nel contesto di una paese che si ama definire, con orgoglio, civile e democratico.
Ma sa quale è il problema caro Ministro? Che talvolta la resilienza cede il passo alla frustrazione violenta ed allora accade ciò che non dovrebbe mai accadere.
Ecco però puntuale il suo intervento a spada tratta in difesa di coloro che hanno sbagliato. Solidarietà a costo zero. Già. Nella finanziaria il suo governo opera altri tagli su di loro. In questo caso il costo è umano, ed è altissimo».

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