• 19 June 2024
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Ieri pomeriggio c’è stato l’intervento di Elly Schlein e stamane una straordinaria lezione di Romano Prodi. Sono intervenuto anch’io e ho detto le cose che trovate qui sotto (anche in questo caso più o meno, nel senso di avere sistemato meglio gli appunti). Buona serata e un abbraccio * Grazie Stefano, per l’invito e per la possibilità di condividere con voi qualche parola in questa terra violentata dall’acqua e dove il governo usa il dramma di famiglie, imprese, per il solo scopo di trarne un beneficio elettorale. Ma non accadrà neppure questa volta. A scattare una foto di questa estate bollente forse si può dire così. Al potere c’è la destra. Quella che domani in Spagna tiferà per i franchisti di Vox mentre cresce la fiducia nella rimonta di Sanchez. Quella che all’Europa dell’Illuminismo preferisce la falsa democrazia di Polonia e Ungheria. Loro ripetono: “Ci hanno scelto gli italiani, non potete farci nulla”.

Due bugie in una frase sola. Perché a votarli è stato meno di un quarto degli italiani. E perché è falso che non possiamo fare nulla. La prima cosa che dobbiamo fare è dare voce all’Italia che fatica in silenzio. Abbiamo iniziato. Sul salario minimo. Sulla sanità al collasso. Il punto è spiegare perché il racconto della destra non è più in sintonia di noi con questo tempo tormentato. Loro sotterrano il dolore. Lo cancellano alla vista. Un anno fa gli sbarchi erano un terzo di ora, ma oggi sono scomparsi dai Tg della sera. Si può morire di caldo a 75 anni in cima a una gru o aspettare per ore treni carichi di pendolari e studenti. Mentre il potere fa passerella su un Frecciarossa che da Roma vola a Pompei una volta al mese. Coi giornalisti impediti a fare domande. Quando farle, le domande, anche se scomode, è il loro mestiere come ha insegnato Andrea Purgatori. Noi oggi non abbiamo da scrivere un programma di governo. L’ultimo conteneva saggezza e proposte. Ora bisogna capire che l’alternativa alla destra si regge su due gambe. Sui due pedali di una bicicletta. Perché uno solo non basta, neppure per rimanere in piedi. Il primo è unire i bisogni dei tre quarti di Paese che la destra non l’ha votata. E allora compito nostro è unire quello che oggi è diviso. Perché è su quella divisione che le destre giocano le loro carte. Spezzano legami, solidarietà. Con una difesa corporativa di privilegi. Le tasse come “pizzo di Stato” sono questo. La tessera del pane quel cerchio lo chiude. Nell’offesa peggiore. Alla dignità di donne e uomini trattati come pedoni di una scacchiera dove le regole non prevedono più uno scacco al Re o alla Regina. Invece noi dobbiamo muovere scacco a questa destra. Lo si fa nelle istituzioni. Ma non basta. Va fatto fuori da quei palazzi. Perché quando abbiamo perso nelle urne, la riscossa è sempre venuta dal Paese. Quello fatto di carne, ossa, muscoli, passioni. Fatto anche di una rabbia che non va mai taciuta.

“Quando il furore tempesta l’anima, si avvicina il tempo della vendemmia”. Questo è Steinbeck nel suo capolavoro. Ma senza scomodare la letteratura, questo fu l’Ulivo in una stagione che ha cambiato la storia recente dell’Italia e vedere qui Romano Prodi è l’occasione di dirgli semplicemente e ancora una volta “grazie”. Io dico, ripartiamo dal meglio che è stato se vogliamo il meglio per il dopo. L’altro pedale è sfidarli sul terreno decisivo: l’egemonia dei valori, la cultura politica. E non c’entrano i libri dello Strega che un ministro vota senza leggerli. La sfida culturale è sull’idea del mondo. Sull’agenda della storia che la guerra, la scienza, l’intelligenza artificiale, una terra che si sta rivoltando contro l’umano, sta imponendosi. Mentre la destra cammina con la testa al passato. Anche su questo scavo può educarsi l’unità vera del Pd. Perché in questi sedici anni troppe volte abbiamo alzato le deleghe a sancire l’unità della forma dietro la quale le distanze si allargavano. Da quella ambiguità sono nate due scissioni. Poi è accaduta una cosa. Che ha riguardato voi, e anche chi come alcuni di noi nell’ultimo congresso hanno scelto di esserci col proprio bagaglio. Si è affermata una leadership vissuta come l’innovazione necessaria dopo una sconfitta tanto severa. Sento ripetere che la nuova segretaria andrebbe aiutata. In questo c’è qualcosa di paternalistico. Al fondo, se oggi quel compito tocca a lei, è perché negli anni alle spalle non siamo stati abbastanza capaci di aiutare noi stessi. E siccome la cosa peggiore è scoprirsi coinvolti in quel verso di Faber – si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio – credo sia bene lavorare con spirito critico a che il Pd torni a essere la casa più grande e ospitale della sinistra di questo paese. Ma ve lo chiedo e lo chiedo a me: cosa implica la scelta di volerlo? Penso voglia dire che il pluralismo non è mai un peso, ma il sentiero che allarga il consenso. E che la forza di una posizione – di una linea – è sempre nella sintesi di cui si è capaci cogliendo nei motivi dell’altra e dell’altro una quota di vero. Perché un partito ha bisogno di libertà e sta a noi capire quanto possiamo ancora imparare da chi non la pensa come noi. Guardate, personalmente sapevo come sarebbe andato il congresso.

Ma la scelta di esserci è stato un atto di fiducia verso questa comunità e un modo per aiutare la ricerca di una sintesi più alta. E questo perché l’unità nasce dalle differenze. Se cento dirigenti di questo partito entrano in una riunione e ne escono con le stesse posizioni di quando vi sono entrati – senza un dubbio, un interrogativo, una nozione che prima non possedevano – quella riunione non sarà servita a nulla. Anche se tutti alzeranno la delega per sancire una unità che non c’è. Credo che la segretaria abbia le capacità e l’ambizione per governare questa ricchezza. A lei tocca farlo col massimo dell’ascolto, e col diritto-dovere a compiere le scelte che da quel confronto derivano. Ma non perché ha vinto le primarie. No: può e deve farlo perché oggi è la segretaria di tutte e di tutti. Alle sensibilità di questo partito – quella che fondate voi qui, e quelle come la nostra che esistono già – il compito di fare vivere quella ricchezza sull’unico terreno che può farci risalire. Nell’autorevolezza. Nei consensi. Quel terreno è la credibilità. Il coraggio di spendere parole e propositi anche quando il ritorno non sarà immediato, ma sapendo che imboccare quella strada è giusto. Come sul ritorno a un finanziamento pubblico se vogliamo salvare la partecipazione e la democrazia. Come nel non avere più paura delle parole. A partire dal concetto di conflitto, senza il quale la democrazia si riduce all’urlo della folla tra Cristo o Barabba. Questo nella chiarezza del sostegno all’Ucraina. E assieme nell’impegno per la pace, il disarmo nucleare, da rivendicare quando i tamburi e i profitti della guerra reggono la scena. Non so quale sbocco avranno le azioni diplomatiche di Vaticano, e Cina, Turchia, e altri soggetti internazionali. So che il cardinale Zuppi dopo Kiev e Mosca, è andato a Washington e andrà a Pechino. Un cardinale che ancora ieri nel discorso a Camaldoli ha rinnovato le ragioni di una pace che nasca da quel buon senso annullato, scriveva Manzoni, nel senso comune. Ma in tutto questo l’Europa dov’è? E perché quel tentativo di allargare lo spiraglio per una tregua non ha come protagonista l’eredità di chi l’Europa unita l’ha fondata? Forse perché quell’eredità oggi non esiste più? Non lo credo. Ma anche solo porsi la domanda basta perché tra noi si apra un confronto profondo e capace di guardare all’Europa che sarà. Direi che questo è il compito che abbiamo davanti.

E allora – ed è l’ultima cosa che vorrei dirvi – usiamo per primi tra noi un linguaggio di verità. Perché da troppi anni sento ripetere “non siamo una corrente”. E poi da anni quelle “non correnti” trattano posti, ruoli, candidature, premiando la maggioranza del momento. Spesso in un trasformismo che toglie il respiro. Ci sono giorni dove mi guardo allo specchio e mi pare d’essere stato il più renziano del Partito Democratico. Io penso che così non va. Le correnti ci sono e casomai vanno regolamentate per capire quale consenso reale raccolgono. Voi non avete bisogno di consigli, tantomeno da me, ma uno mi permetto di darlo, in fondo anche a me stesso. Lasciate, lasciamo, perdere le formule di rito. Fatela una vera corrente. Riempitela di idee, eresie, proposte, provocazioni. Non contro chi sta al timone: quello sarebbe un errore capitale. Ma contro la pigrizia di un tempo che male sopporta la creatività del pensiero e culture politiche più solide di un cretino sondaggio di opinione. Fatelo – per parte nostra noi lo faremo – e più sincero sarà questo messaggio rivolto all’esterno più forte sarà questo nostro partito. Perché agli unanimismi di facciata potrà subentrare finalmente l’unità vera. Quella che si fonda su valori condivisi e politiche mai separate da una dimensione etica. E cosa c’è di più etico del dialogo? Tra culture e religioni diverse. Perché la politica – la sinistra – sono un impasto di umanità, coraggio, saggezza. E radicalità

nei traguardi e moderazione nei percorsi e nel linguaggio. Ieri mattina in uno splendido affresco, Ferruccio De Bortoli ha ricordato la figura di Raffaele Mattioli. Quasi in fondo alla vita, nell’Italia complessa degli anni Settanta quel banchiere illuminato, liberale, antifascista, notava “un disorientamento di fondo”. E sentiva la necessità di “prendere coscienza, se non della meta che non è possibile prefigurare, almeno del luogo da cui si proviene e del cammino percorso e di chi l’ha percorso e in quali condizioni”. Insomma, quello che invocava era “un desiderio di consapevolezza”. Frasi semplici, profonde, che forse oggi valgono per noi. Prendere coscienza di ciò che siano in “un desiderio di consapevolezza”. Meno di questo è la passione di una vita può facilmente tramutarsi in mestiere. Ma questo – ve lo giuro – non lo meritiamo neppure noi e non lo merita un popolo che fuori da qui spera ed è pronto a lottare per un mondo e un’Italia diversi.

Gianni Cuperlo

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